LA CAMBOGIA INSOLITA E I TESORI DI ANGKOR

CAMBOGIA

icona orologio 13 GIORNI
minimo 10 massimo 16 partecipanti
icona valigia PARTENZE:

    2019

  • Dal   19  gennaio    al   31  gennaio  
  • Dal   17  febbraio    al   1  marzo  
Sistemazioni
Land Expeditions - Viaggi con Esperto

Da Phnom Pen, la capitale, a Sambor Prei Kuk, con il ponte di Jayavarman. Dal villaggio di Skoun, soprannominato Spiderville, ad Angkor, con i suoi templi. E ancora: l’intricato Beng Mealea e Banteay Chhmar, con i quattro volti di Avalokitesvara. E Battambang, terra di riso e frutta esotica, in grado di conquistare i turisti con la sua semplicità. Tappe di un viaggio che attraversa la Cambogia più conosciuta, insieme a quella più insolita. Da scoprire via terra, ma - continua -

A PARTIRE DA: 3.800 €


ITINERARIO

Volo di linea Singapore Airlines da Milano Malpensa SQ367 delle 12,40. Incontro con l’accompagnatore 3 ore prima della partenza al banco accettazione. Pasti e notte in volo.

Arrivo a Singapore alle 7,35 e successivo volo di linea SQ 5006  alle12,10. Giungiamo a Phnom Penh alle 13,05.

Dopo il disbrigo delle formalità d'ingresso trasferimento in hotel. Nella capitale visitiamo il Museo Nazionale, Palazzo Reale e Pagoda d’Argento.

(Si ricorda che in alcuni  luoghi l’accesso è consentito solo a piedi scalzi e con un abbigliamento sobrio. Niente canottiere, gonne o pantaloni corti. Tenerne conto nella preparazione del bagaglio a mano che si porta in aereo).

Cominciamo con un tour della città in bus, per coglierne alcuni primi aspetti, tra cui il Monumento all’Indipendenza e i lungofiumi.

Nel pomeriggio proseguiamo con le visite più significative di Phnom Penh.

Phnom Penh si sta di recente svegliando da uno stato di sonnolenza, (dovuto forse alla necessità di una particolare sofferta elaborazione del lutto”), che sembra averla colpita dopo i tragici fatti connessi agli orrori dei “Khmer Rossi”. Oggi sta tornando a essere quella piacevolissima città che ne aveva fatto uno dei centri coloniali francesi più apprezzabili, dal punto di vista estetico e della vivibilità urbana di tutta la penisola indocinese. In ciò è aiutata dal suo essere distesa in una piana in cui convergono 3 fiumi, il Mekong, il Tonlè Sap e il Tonlè Bassàc. I lungofiumi sono le zone più piacevoli dove passeggiare e cercare un bar dove rilassarsi al tramonto o dopo cena.

Le leggende sulla fondazione della città contribuiscono a restituire al luogo quanto

le recenti vicende hanno brutalmente imposto nella vita d'ogni cambogiano. Ma la storia vera sulla sua origine è legata al declino di Angkor che determina la necessità da parte dei Khmer di individuare una zona più funzionale di quella in cui sorgeva l’antica capitale per sviluppare i rapporti commerciali con Cina ed Indonesia. Così si amplia il primo nucleo urbano all’inizio del XV secolo.

La presenza francese “plasma” ancora l’aspetto attuale di Phnom Penh specie con riferimento al Palazzo Reale, al Nuovo Mercato e al Museo Nazionale. Dopo lo spopolamento forzato operato nel periodo del terrore, quando in città erano rimasti non più di 50.000 abitanti, l’arrivo dei vietnamiti nel ’79 facilita il ritorno alla “normalità”, soprattutto dopo gli anni ’90. Da quel momento si assiste a un reale risorgere della capitale attraverso la costruzione di numerose opere pubbliche, e l’inizio di corposi restauri che le stanno ridando vitalità e gradevolezza.

Il Palazzo Reale è costituito da alcune strutture che ricordano quello più famoso con sede a Bangkok. Il complesso è formato da vari padiglioni, giardini, sale, viali, torri e pagode la più famosa delle quali è senz’altro la “Pagoda d’Argento”. Il nome deriva dal materiale con cui sono realizzate le circa 5.000 mattonelle del pavimento, ognuna delle quali pare pesi un chilo. All’interno sono conservati molti oggetti di pregio che consentono di farsi un’idea della grandiosa civiltà Khmer. In particolare si nota la presenza di varie rappresentazioni statuarie del Budda, gioielli e maschere in oro, smeraldi e altri materiali nobili, che pesano tante decine di chili. Non poteva mancare la presenza di marmo italiano usato per la costruzione dello scalone d’ingresso.

Il Museo Nazionale, un’interessante struttura in mattoni in parte aperta, custodisce la più importante raccolta di sculture Khmer del pianeta. Il complesso è reso ancora più piacevole dalla sua articolazione in padiglioni inseriti in un giardino. Statue con influenze induiste che risalgono dal VI secolo, raffigurazioni buddiste, ceramiche e bronzi alcuni dei quali del IV secolo, danno gradevolezza a una visita tra l’altro non particolarmente lunga, che serve però da opportuna introduzione ad un viaggio di avvicinamento al mondo Khmer.

Cena buffet in hotel.

 

Il nostro hotel a Phnom Penh, “Le Royal Raffles” 5* lusso (www.raffles.com)

Davvero godibile.

 

 

Un albergo d’epoca coloniale ristrutturato nel 1997 dalla non ignota compagnia “Raffles”. “Tra i più grandiosi hotel coloniali d’Asia”. “Una delle vecchie glorie dell’Asia assieme all’Oriental di Bangkok e al Raffles di Singapore”. Probabilmente la migliore sistemazione della Cambogia, in ogni caso è banalmente molto “bello" e con servizi adeguati. E’ una struttura che ci ha sempre soddisfatto, volentieri la frequentiamo da quando è stata riaperta dalla nuova gestione. Non risulterà estranea a chi abbia soggiornato presso lo Strand Hotel di Yangon o, più probabilmente, a chi abbia visto “Urla del silenzio”, in parte girato negli ambienti del “Le Royal Raffles”. E’ spesso accomunato al Rex Hotel di Saigon perché in anche lì risiedevano i giornalisti che seguivano le rispettive vicende belliche. La differenza è però notevolissima dal punto di vista della qualità, a sfavore del Rex.

 

Vista la “pesantezza” delle due giornate d’inizio viaggio ci concediamo una sveglia a piacere, mattinata e pranzo liberi in modo che ognuno si organizzi il tempo come voglia. Si potrà approfondire la conoscenza di Phnom Penh, passeggiare sul lungofiume o fruire dei servizi in hotel per una mattinata di puro relax.

E’ doveroso ricordare che nella capitale, e in tutta la Cambogia, le vicende che hanno attratto l’attenzione del mondo per la brutalità con cui alcuni uomini hanno massacrato altri uomini, hanno lasciato tracce non solo negli animi dei  cambogiani superstiti. Vi sono ulteriori segni che consentono di non dimenticare. Tra questi, a Phnom Penh, vi è un edificio tristemente noto per essere stato trasformato da scuola a luogo di detenzione e tortura. Si tratta dell’ex carcere di massima sicurezza S-21 in cui sono stati rinchiusi circa 20.000 cambogiani prima di essere avviati a un campo di sterminio. Il posto mostra con ruvida verità una parte di ciò che è accaduto durante il regime di Pol Pot. Chi vi vorrà andare riceverà le opportune indicazioni. Non prevediamo una visita di gruppo perché non tutti quelli che vi si sono recati hanno gradito le crude immagini cui ci si trova di fronte.

In ogni caso l’organizzazione mette a disposizione di chi vorrà andarvi bus e accompagnatore.

Qualsiasi cosa si decida di fare, le stanze dell’hotel vanno lasciate alle 12 (regola comune in tutti gli hotel del viaggio, salvo specificazioni), e la partenza per Kompong Tom è prevista intorno alle 13.

I 170 chilometri tra le due località si possono percorrere normalmente in poco più di 3 ore utilizzando la buona strada che le collega. Si trova a metà strada tra la capitale e Siem Riep, verso nord sulla NH6.

Prevediamo una breve sosta a Skoun, posta a una novantina di chilometri da Phnom Penh verso Kompong Tom. E’ nota per la sua specialità alimentare: ragni e tarantole fritte che provengono da raccolte effettuate nei villaggi vicini. (La cena al Sambor Village Boutique Hotel di Kompong Tom non è così indecorosa da dovervi giungere avendo già mangiato).

Nel tardo pomeriggio/serata giungiamo in Hotel, cena e pernottamento.

 

In generale, come in questa occasione, le distanze da percorrere, ma soprattutto lo stato di alcuni tratti di strade, consigliano partenze di buon mattino per mantenere la durata del viaggio entro un numero di giorni congruo.

E’ la prima vera giornata di visite e trasferimenti intensi. Cominciamo da Sambor Prei Kuk, a una ventina di chilometri di strada sterrata da Kompong Tom.

Questo sito rappresenta degnamente, come Preah Vihear (che conosceremo fra qualche giorno), un corretto approccio storico e architettonico alla successiva esplosione artistica di Angkor, di cui costituisce preziosa anticipazione. E’ un gruppo di monumenti preangkoriani assai rilevante in Cambogia. Stranamente, è normalmente poco frequentato nonostante, al contrario di Preah Vihear, da più anni sia comodamente raggiungibile con una strada quasi tutta asfaltata.

La visita dei templi di Sambor Prei Kuk, permette un opportuno incontro con la storia e l’arte kmer, perché si tratta di un sito precedente l’era classica, e consente un logico approssimarsi temporale al più famoso sito cambogiano.

Qui, la foresta protegge ancora un centinaio di strutture alcune delle quali sono tra le più antiche del Paese. Capitale di un regno nel VII secolo, continua a svolgere un importante ruolo anche nella fase in cui Angkor era già il maggior potentato della regione. Gli elementi naturali hanno danneggiato l’immagine originaria del sito, ma rimane un complesso di edifici in mattoni che meritano la visita e prefigurano l’evoluzione dell’arte nel celebrato centro di Angkor.

Torri con bassorilievi, sculture di leoni e mura che a volte si reggono in piedi grazie al groviglio di rami e radici di piante che formano un tutt’uno con i mattoni. Un insieme indistricabile con la foresta che pare contemporaneamente stritolare e difendere le costruzioni. Il più esplicito preludio a una forma di connubio tra mano dell’uomo antico e natura che trova l’espressione più poderosa nel Ta Phrom.

Nei Prasat Sambor, Prasat Yeai Poeum, Prasat Tao, Srah Neang Pov…s'incontrano edifici e rappresentazioni di incarnazioni di Shiva, yoni, e di Shiva stesso.

Molto interessanti si rivelano le parti interne di alcune grandi strutture in mattoni. La scomparsa dei tetti in legno che nascondevano le aree superiori interne, mostra spazi in alto davvero sorprendenti.

Per una ricostruzione virtuale dello stato originale di Sambor Prei Kuk si può visitare il sito: http://steel.ced.berkeley.edu/research/sambor

Durante la permanenza, deambulando nella foresta in cui ancora si notano le fosse prodotte da non parsimoniosi bombardamenti, si è spesso attorniati da bambini che vendono in genere sciarpe. A volte “danno fastidio”. Che fare?

Comprare, magari dopo estenuanti contrattazioni, contribuendo a perpetuare la non frequenza scolastica? (Ammesso che siano mai stati messi in condizioni di porsi questa “necessità”). Non comprare, negando loro la possibilità di guadagnare qualcosa?

Se il tempo lo consente, (e faremo di tutto per ricavarcelo), con una breve deviazione lungo l’itinerario, è possibile osservare un manufatto imponente, un ponte, davvero in ottimo stato, lasciato alla visione dei pochi viaggiatori che hanno l’accortezza di andare a trovarlo. La sua realizzazione si deve a quel Jayavarman VII (fine XII e inizio XIII secolo), che, oltre ad essere giustamente glorificato per aver riportato il territorio sotto il controllo kmer dopo l’annessione da parte dei meno noti ma potentissimi vicini Cham, è ricordato come il re che più di altri ha lasciato opere che ancora oggi fanno di Angkor un centro di attrazione mondiale. Il poderoso ponte con magnifiche arcate (gli aggettivi sono giustificati), e i grandi Naga che fungono da parapetto, non hanno nulla da invidiare ai più famosi e frequentati ponti ad Angkor.

A costo di arrivare un poco più tardi nel nostro hotel di Siem Riep, è consigliabile la breve sosta sul ponte.

(Il richiamo ai Cham introduce la riflessione sul modo con cui nei secoli si trasmette la fama dei popoli antichi. Ve ne sono alcuni che, avendo lasciato opere imponenti, sono ricordati e valorizzati storicamente in modo proporzionale alla grandezza delle architetture giunte sino a noi, vedi i Kmer. Ve ne sono altri che, pur avendo svolto un ruolo storico notevolissimo,  scivolano nel dimenticatoio o sono messi in secondo piano perché di loro non rimangono, o non hanno mai realizzato, grandiose opere, come i Cham. Infatti, quasi tutti hanno sentito parlare di Angkor, pochi sanno dell’esistenza di My Son).

Da Sambor, 160 chilometri verso nord ovest per circa 3 ore, prima sulla NH6 e poi su una strada secondaria, ci portano sino all’intricata Beng Mealea.

Non molti, usualmente, (anche se comitive vocianti di cinesi e coreani sono sempre più presenti in generale in tutta la Cambogia), inseriscono questo luogo nei programmi, per questioni di tempo e per la sua “inagibilità”. Il complesso, degno di interesse anche per la richiamata “inagibilità”, risale al XII secolo, offre immagini di semplici cumuli di pietre che paiono senza senso, imponenti fossati, commistioni inestricabili tra vegetazione e arte, arenarie finemente scarnificate, passaggi oscuri, ponticelli, torri crollate, biblioteche meglio tenute, templi, pietre, rampicanti, il tutto in una condizione di non “banale abbandono”.

Un insieme che ci piace non trascurare nei nostri itinerari più completi, con aspetti scenici apprezzati anche da chi ha scelto questo sito come set per alcune scene cinematografiche.

(Forse, non sarebbe male se, a fronte di tanti siti “ben ristrutturati”, alcuni come questo, riuscissero ancora a conservare l’aspetto originario di quando sono stati riscoperti e consegnati all’attenzione dei viaggiatori).

Altri circa 70 chilometri ci consentono finalmente di giungere a Siem Riep in serata. Sistemazione in hotel.

Pranzo in modesto ristorante locale durante le escursioni, “Preipros” (“Prey Pros”, “Prepos”). Cena in hotel.

 

Il nostro hotel ad Angkor, “Grand Soluxe Angkor Palace” 5* (www.grandsoluxeangkor.com)

 

 

Trascorriamo in questo hotel “che porta il fascino dei resort balinesi a Siem Riep”, in totale 6 notti, (quella di oggi più altre cinque nella seconda parte del viaggio).

Legno e decori, parco, grandi piscine, ampie stanze, caratterizzano il nostro soggiorno in questo hotel in cui operano management e personale molto disponibili e professionali. E’ in un vastissimo giardino in zona tranquilla, appartata, lontana dal “centro” di Siem Riep, ormai caotico, rumoroso, formicolante di gente e locali di ogni tipo. Sarà piacevole sostarvi sino al rientro in Italia, anche se la cucina potrà non essere considerata il miglior biglietto da visita dell’albergo. Scegliamo, però, di consumarvi tutte le cene per evitare di dover necessariamente riuscire la sera e andare in ristoranti esterni alla fine di intense giornate.

In ogni caso, chi vorrà vivere un poco della movida locale, troverà “tuk tuk” di fronte all’hotel. Con un paio di dollari si va in centro nell’area pedonale in cui si trova anche un “night market”.

*(Per comodità, chi lo desideri può approntare un bagaglio col necessario per trascorrere due notti a Battambang, prima di rientrare a Siem Riep. La valigia può restare in hotel).

 

 

Introduciamo in questo itinerario l’estremo nord ovest del Paese perché mostra aspetti per noi interessanti. E’ una regione scarsamente proposta al turismo ad una ventina di chilometri in linea d’aria dal confine thailandese, con un sito, Banteay Chhmar, in attesa di entrare a far parte dei patrimoni UNESCO. (Noi vi andiamo ora anche per apprezzarne l’isolamento e le scarse presenze rispetto ad altre località cambogiane, prima che l’UNESCO faccia da traino allo sviluppo del turismo).

E’ uno dei più importanti monasteri dell’era di Angkor.

I circa 170 chilometri che separano Siem Riep da Banteay Chhmar, si percorrono in 3 ore, prima proseguendo sulla stessa statale di ieri, poi piegando verso nord.

L’importanza del sito, dovuto al solito Jayavarman VII che lo fece realizzare nel XII secolo sulle rovine di un tempio di tre secoli prima, sta nell’essere uno dei complessi architettonici più maestosi e antichi fuori dell’area di Angkor.

Cumuli di pietre, alberi che vigilano sulla loro incolumità, bassorilievi con scontri terrestri e navali tra Kmer e Cham, coccodrilli fanti e elefanti, scene di quotidianità, gallerie crollate e altre che resistono ancora, iscrizioni, “apsara” decapitate… e due figure con decine di braccia, quasi la personificazione di enormi ventagli.

E i quattro volti di Avalokiteshvara, anticipazione dei mille sorrisi supponenti e misericordiosi del Bayon.

Tra le rovine ombrose raramente s'incontrano altri viaggiatori.

Durante la visita troveremo un angolo adatto per consumare un leggero lunch box.

Riscendendo verso sud incontriamo la statale 5 che, se percorsa tutta porterebbe sino alla capitale. Noi ci fermiamo a Battambang, dove arriviamo nel tardo pomeriggio, dopo aver percorso in circa tre ore altri 180 chilometri.

Sulle rive del Sangker River, è nota per essere una “piacevole località”. La seconda città in Cambogia per numero d'abitanti, non appare particolarmente stravolta dallo sviluppo succeduto alla ripresa delle attività economiche e commerciali che hanno fatto seguito alla stasi del periodo dei Khmer Rossi.

Se ne apprezzerà “l’atmosfera coloniale” grazie ad alcune strutture realizzate dai francesi che le fornirono un tono elegante, ora decadente. Il centro storico degno d'interesse coincide col lungofiume.

Pranzo con leggero lunch box nel sito di Banteay Chhmar. Cena in hotel.

 

Il giorno di sosta a Battambang, oltre a consentire di conoscere un poco la realtà della seconda città cambogiana, permette di “spezzare il ritmo”. Oggi, ci si può svegliare meno presto del solito perché la giornata può essere meno intensa di quelle che precedono e seguono. Le visite potranno essere organizzate in modo da

assorbire più rilassatezza. Noi indichiamo le visite possibili lasciando in loco, come sempre, la scelta dei momenti della giornata in cui svolgerle. E’ questa l’occasione anche per ricavarsi un tempo di puro riposo, da usarsi per passeggiare specie nel tardo pomeriggio sul lungofiume, dove più evidenti sono ancora le “contaminazioni coloniali francesi”.

Al mattino andiamo circa 30 chilometri fuori Battambang verso sud ovest per arrivare al Prasat Banan. Giunti ai piedi di un’altura, e di una scalinata che la ascende e pare infinita, non lasciatevi scoraggiare. Sono meno di 400 i gradini che portano alla sommità di una collinetta per toccare le 5 torri, che alcuni vorrebbero

siano anticipazione di quanto in maniera assai più maestosa farà la fama di Angkor

Wat. Lo scalone è imponente. Salendolo con la dovuta calma se ne può apprezzare tutta la grandezza.

Giunti in cima, non si è conquistata solo la vista che spazia compensando la fatica, ma le tonalità cromatiche delle cinque strutture realizzate nell’XI secolo che oltre a ricordare, seppur con un impegno di fantasia, quelle del più grande monumento religioso al mondo, (sempre l’Angkor Wat), offrono particolari interessanti come gli architravi scolpiti e gli interventi in bassorilievo sulla sommità della torre centrale.

Dopo la discesa, la non casuale presenza di un venditore di bibite fresche e cocco riconcilia col viaggio.

Rientrando a Battambang, si può brevemente sostare (strano, ma possibile, se il gestore accetta visite) in una azienda vinicola locale. La “Prasat Banon Winery” produce vini e brandy. Provare per credere, tempo permettendo.

Pranzo nel piccolo boutique hotel “La Villa”. Molto gradevole con arredi d’epoca anni ’30. Per noi è il miglior hotel di Battambang, anche se è oramai ingolfato tra moderne strutture di cemento. (Ha solo 7 stanze e non si presta a ospitare gruppi).

Andare verso nord per una decina di chilometri dalla città seguendo la direzione del Sangker River, è il modo per introdursi nella campagna circostante e arrivare al Wat Ek Phnom. Le rovine dell’XI secolo con un tempio centrale e resti di un muro perimetrale, oltre che di una vasca sacra, sono meta di scampagnate e visite di devozione dei locali. Specie delle donne che vi si recano per chiedere la grazia di restare incinte.

Se il tempo lo consente, nella periferia della città, si potrà provare il “treno di bambù”. Nulla di particolarmente stravolgente, ma è un mezzo di trasporto raro che sta scomparendo anche qui. L’accompagnatore fornirà le informazioni opportune in modo che chi voglia possa seguirlo su questo “mezzo di locomozione”, in alternativa a possibili ore libere.

Pranzo a “La Villa” e cena in hotel.

 

Occorrono normalmente 8-9 ore di navigazione da Battambang a Siem Riep-Angkor, ma la sua durata reale può essere anche maggiore. Dipende dalle condizioni generali e soprattutto dal livello dell’acqua che può limitare molto l’andatura della barca che, specie nelle strettissime anse, dovrà essere manovrata “a spinta” dal personale. Ma, anche ciò è parte dell’interesse della giornata. La nostra imbarcazione attraversa canali e paludi formate dal Sangker River, in uno scenario di vita fluviale e lacustre in cui si mescolano “piacevolmente” uomini, animali e aspetti della natura locale mai scontati, impossibili da scoprire se non dalla prospettiva permessa dalle vie d’acqua. Case galleggianti, strumenti da pesca d'ogni tipo, bambini, coltivazioni, verde…

E, non di rado, anche quella povertà che neppure la più romantica, deformante e ipocrita delle visioni può definire “dignitosa”.

L’imbarcazione di cui disponiamo è veramente assai modesta, ma permette un’escursione che non può mancare se si vuole incontrare la Cambogia. Come nelle altre occasioni di trasferimenti in barca, possiamo gestirla a nostro piacimento. Prevediamo un leggero lunch-box. Durante il lungo itinerario si fa una sola breve sosta, sbarcando su una casa-ristorante-bar galleggiante per consentire all’equipaggio di pranzare. Ma, come detto, le condizioni specifiche del fiume e del lago appurabili solo in loco il giorno del trasferimento, determinano concretamente l’andamento della giornata e l’ora d'arrivo.

Consideriamo la giornata odierna certamente tra le più coinvolgenti dell’intero viaggio, anche se per qualcuno potrà essere pesante. Viste le precedenti esperienze, ci sarebbe però difficile immaginare un itinerario che non includa questa navigazione. Raramente, tra i vari pezzi di mondo che abbiamo percorso, c'è capitato di incontrare e assorbire un concentrato di immagini tanto ricche di verità.

Giunti a destinazione, si va in hotel con mezz’ora di bus.

Stiamo ad Angkor ancora cinque notti per avere tempo sufficiente per visite non superficiali anche di templi poco reclamizzati della regione. Il soggiorno ad Angkor è articolato in modo da prevedere di terminare, a volte, le visite di gruppo nel primo pomeriggio, così da consentire attività individuali. Ci si potrà dedicare ad approfondimenti degli aspetti che più hanno interessato o andare alla ricerca di nuove occasioni di conoscenza nel vastissimo parco archeologico.

Si potranno anche ricavare spazi per regalarsi piscina e massaggi nel nostro resort, visitare il mercato e negozi di Siem Riep, alzarsi presto per andare ad attendere l’alba ad Angkor Wat o recarvisi al tramonto, effettuare un “volo” in mongolfiera…

Pranzo in barca con leggero lunch-box.

Cena, secondo l’ora di arrivo, e pernottamento al “Grand Soluxe Angkor Palace” 5*

(Durante la permanenza nella zona di Angkor, includiamo visite ed escursioni alle quali, compatibilmente con l’andamento complessivo del viaggio e le caratteristiche del gruppo, possono essere aggiunte altre ora non indicate. In generale, anche l’ordine ora segnalato può essere variato in loco. Solo a titolo informativo, per esempio, si può decidere di unire alla visita di Phnom Kulen – prevista domani -  anche Banteay Srey, se la prima escursione si svolge in tempi che lo consentano. Normalmente, però, a Banteay Srey si va in altra giornata).

 


 

L’escursione di oggi a Phnom Kulen presenta aspetti gradevoli anche per il contesto ambientale in cui si svolge. L’interessantissimo Budda reclinato scolpito nella roccia, la cascata e la strada in salita nella foresta per raggiungere il luogo sacro, rendono la giornata soddisfacente.

Sarà importante prevedere bene i tempi perché la stretta strada, privata, può essere percorsa in andata e ritorno dal sito a orari prestabiliti in modo da consentire un flusso alternato. In ogni caso, il tragitto attraversa la giungla con formazioni rocciose non banali e merita di essere attentamente gustato, nonostante alcuni tratti siano disagevoli.

Normalmente la strada si può percorrere in andata sino alle 11 e poi in uscita dalle 13, ma è bene riverificare in loco. Si giunge sulla cima dell’altura, (il punto più alto è di circa 500 metri slm), col luogo sacro che, si dice, possa nelle belle giornate essere vista anche da Preah Vihear, dove ci si recherà domani.

(In realtà, crediamo sia solo un modo di dire, come sarà capitato di sentirsi ripetere pure in Giordania quando, sul Monte Nebo, la guida racconta che “nelle giornate senza foschia è possibile osservare le case più alte di Gerusalemme”. Mai viste).

Si trova a una cinquantina di chilometri da Siem, circa 20 chilometri dopo Banteay Srey, dentro una vasta area adibita a Parco Nazionale. Da sempre, Phnom Kulen, è ritenuta forse la più sacra tra le montagne della Cambogia perché proprio qui, nell’anno 802, Jayavarman II si proclama dio-re, dando inizio alla storia dei moderni regni cambogiani. Per questo è meta incessante di visite e pellegrinaggi. Fortunatamente oggi non coincide col fine settimana e la presenza dei locali dovrebbe essere inferiore ai giorni di punta.

Panorama, il grande Budda disteso (notevole), il santuario, alveo del fiume con alcuni lingam scolpiti, le cascate…

Tutta l’area, per una certa fase in periodi remoti, era nota anche con altre denominazioni e comprendeva alcune decine di templi, le cui rovine sono ancora sparse nella giungla dei dintorni con accessi assai difficili.

Rientro nel pomeriggio a Siem Riep. L’eventuale tempo disponibile, nella giornata di oggi e in tutte le altre in cui si sta a Siem Riep, potrà essere utilizzato per introdurre visite non previste o usato discrezionalmente dai partecipanti.

Pranzo in modesto ristorantino locale a Phnom Kulen vicino alle cascate.

Cena e pernottamento al “Grand Soluxe Angkor Palace” 5*.

 

Ricordiamo di portare il passaporto!

Quest’altra intensa giornata è dedicata al sito di Preah Vihear (dal nome della provincia in cui si trova), di età precedente l’era classica di Angkor. Per la sua rilevanza storico-architettonica e la sua posizione ci piace ancora ricordare che dal 2008 è l’unico sito oltre Angkor in Cambogia a essere Patrimonio UNESCO.

Ci concediamo un “giorno d’avventura” attraverso un territorio poco influenzato dal turismo. Partenza di primo mattino verso il nord sino a ridosso del varco di confine con la Thailandia, che ha spesso cercato di contendere alla Cambogia il possesso dell’importante complesso kmer. L’arrivo nel sito è previsto dopo circa 5 ore.

Si percorre un itinerario antico che faceva parte di una ragnatela di “strade reali” fatte realizzare dai regnanti kmer. Le principali erano sette vie lastricate che portavano in luoghi di particolare rilevanza come Preah Vihear, Sambor Prei Kuk, Phnom Kulen o Vat Phou in Laos.

(Dedichiamo molto spazio alla descrizione di Preah Vihear perché solo da poco tempo appare sulle guide e Internet).

Su un’altura di quasi 600 metri si trova il complesso religioso che i thailandesi chiamano “Monastero Sacro”. Nel periodo di Angkor era meta di devozione tra le più apprezzate dai pellegrini. La sua realizzazione si attua in diversi periodi, pare dal IX-X secolo, anche se secondo molti studiosi i primi interventi sarebbero certamente anteriori. In ogni caso si tratta di un monumento che pur essendo apprezzabile dal punto di vista architettonico, lo è soprattutto per la sua posizione (la più strepitosa tra i siti cambogiani). Rappresenta, assieme a Sambor Prei Kuk, una fase dello sviluppo dell’arte kmer che solo dopo più di un secolo darà vita ad esempi più noti come il Bayon o l’Angkor Wat.

I templi di Preah Vihear sono un'efficace raffigurazione materiale del periodo architettonico iniziale kmer, quando uno dei temi dominanti è la realizzazione di edifici sacri che simboleggino il Monte Meru, la Casa degli Dei, il centro del mondo. L’immaginaria altura religiosa può consistere in una montagna reale o, in assenza, in un manufatto artificiale. Ovviamente, la presenza di un luogo naturale su cui erigere l’edificio fornisce maggiore importanza al luogo stesso. Anche per questo, Preah Vihear già in passato aveva un ruolo assai rilevante per i comuni fedeli ed anche per i regnanti kmer. Ancora oggi i buddisti cambogiani vi riconoscono uno dei più sacri luoghi del Paese. Pure i thailandesi lo apprezzano, tanto che è stato motivo di recente contenzioso anche militare con Phnom Penh. (Di queste tensioni rimangono segni tangibili nella presenza di soldati che presidiano la zona).

Nel sito, che sta proprio sul confine in territorio cambogiano, si può restare sorpresi dal costatare il numero di presenze che possono provenire dall’altro lato. Infatti, quando è aperta la frontiera dal lato della Thailandia, i thailandesi vi giungono in numero assai maggiore dei cambogiani perché dispongono di una migliore viabilità e di un accesso facilitato. In questo periodo, dopo gli ultimi screzi e i successivi accordi con i thailandesi, le autorità cambogiane hanno però deciso di chiudere il posto di frontiera, impedendone così l’accesso ai vicini.

Il primo impatto può non essere sorprendente perché il complesso non manifesta immediatamente tutta la sua grandezza. Poi, però, si rimane coinvolti dalla vastità del sito e, come detto, dalla sua localizzazione (si tratta certamente della più spettacolare posizione fra tutti i siti archeologici della Cambogia), e dall’opportunità che si ha di vederlo così come è stato riscoperto, senza particolari interventi che ne abbiamo modificato lo stato originario. (Aspetto, questo, che ha contribuito alla scelta dell’UNESCO di inserimento tra i Patrimoni dell’Umanità).

Il complesso si dipana in forma allungata per circa 800 metri dall’ingresso costituito dallo Scalone Monumentale al Santuario Centrale, che coincide col punto più alto e panoramico del sito. Segue, eccezionalmente, un orientamento da nord a sud invece che est ovest com'è nella più parte dei templi. Le strutture sono state adattate alla conformazione morfologica del terreno. Uno sperone di roccia ne condiziona la forma. E’ costituito da una serie di edifici, strutture e torri che si susseguono su pedane un poco sempre più alte sino a giungere alla sommità, che coincide appunto col santuario centrale alla fine della spianata, proprio sul bordo meridionale del dirupo.

Portali decorati, gradinate e scaloni monumentali, santuari, torri, gallerie, finestre, qualche cumulo di pietre scarnificate che attendono di essere ricomposte nella loro originaria forma, colonnati, piani rialzati, Naga, cisterne…un insieme di edifici, alcuni ben conservati altri meno, indubbiamente valorizzati dalla posizione.

Da qui la vista non ha limiti sul circostante territorio cambogiano e thailandese, e nelle giornate assai limpide, dicono, possa arrivare sino a far scorgere il profilo dell’altra montagna sacra, Phnom Kulen. (Mai scorta). Pare che già alla fine del XII secolo il posto non fosse molto frequentato e che la vegetazione abbia di lì a poco cominciato ad avvolgere, nascondere, proteggere, stritolare, abbracciare le sacre pietre conservandole per noi.

(Sino a pochi anni fa occorrevano oltre 10 ore per andare e altrettante per tornare da Siem Riep, ed era quindi necessario passare una notte nella zona in situazioni disagiate. Poi, sono iniziati lavori di sistemazione in gran parte del percorso. Tre anni fa erano necessarie circa 7 ore di jeep per giungere al sito. Oggi, che la strada è stata quasi tutta resa ben agibile, ne occorrono anche meno di 5.

La distanza totale da Siem al luogo archeologico è di 250 chilometri circa. Pur tortuosa, sino a Anlong Veng, l’itinerario punta decisamente verso il nord per quasi 125 chilometri. Devia poi a est per Sra Em, che dista un altro centinaio di chilometri, località in provincia di Preah Vihear nelle alture di Dangkrek. Da qui, poco più di 25 chilometri portano alla base del colle col complesso sacro, cui normalmente si accede arrivando quasi sino all’ingresso con gli automezzi).

Pranzo nel sito (leggero lunch-box). Cena in hotel, ad ora più tarda del solito, “Grand Soluxe Angkor Palace” 5*.

 

Continuiamo l’avvicinamento al cuore di Angkor recandoci al Banteay Srey, il “tempio rosa”, per la qualità della pietra con cui è stato realizzato nel X secolo. E’ comunemente considerato in assoluto una delle maggiori preziosità architettoniche e artistiche cambogiane. (Nonostante la presenza di alcune copie in sostituzione di originali che ora ornano dimore private in qualche parte di mondo).

Si trova a una trentina di chilometri da Siem ed è nota anche come “cittadella delle donne” per la graziosità delle raffigurazioni presenti nel tempio, caratterizzato da un ottimo stato di conservazione, dalla raffinatezza della fattura e accorti (oltre che sostanziosissimi) restauri. Eleganti figure femminili presenti nelle pareti del tempio narrano episodi dell’onnipresente poema classico indiano Ramayana. E’ dedicato a Shiva, ma sono numerose anche le altre divinità maschili e femminili che ne ornano, ingioiellandole, le strutture.

Il Banteay Samrè, altra meta della mattinata, sempre in zona, risale al XII secolo. E’ in buono stato di conservazione e sta in posizione isolata con un corpo centrale, spazi per biblioteche e atrio. E’ protetto, cosa rara, da una doppia cinta muraria con un fossato centrale. Vi andiamo per le caratteristiche artistiche e scarsi turisti.

Durante la giornata prevediamo di recarci anche in uno dei tre siti che hanno reso famosa Angkor, il Ta Phrom, l’Angkor Wat e l’Angkor Thom. Ora indichiamo l’ultimo, ma potrà anche essere inserito un altro secondo quanto si riterrà più opportuno in loco per ottimizzare i tempi, considerati i flussi turistici e la vastità dell’area archeologica grande oltre 400 chilometri quadrati.

L’Angkor Thom era una vera città fortificata realizzata tra i secoli XII e XIII. Pare che nel periodo d’oro nella zona vivesse oltre un milione di persone. L’area era cinta da mura e fossati, chiara rappresentazione architettonica del monte sacro Meru e degli Oceani. Porte monumentali di oltre 20 metri sono arricchite da grandi statue di divinità, demoni, proboscidi. All’interno vi si trovano edifici quali la “Terrazza del Re Lebbroso”, la “Terrazza degli Elefanti”, ma soprattutto il “Bayon”.

Se la struttura più maestosa di Angkor è l’Angkor Wat, il Bayon rappresenta certamente quella in cui arte e capacità fantastiche degli autori e di chi l’ha commissionata, si sono espresse al meglio della creatività. I 216 enormi volti di Avalokitesvara sembrano inseguire con lo sguardo freddo, ma con sorriso più conciliante, il visitatore che in ogni caso rimane assai colpito dalla straordinarietà dell’opera. Il sorriso, appena accennato, delle sue 432 labbra può anche richiamare, (non per proporre inconsistenti rapporti ma solo per omogeneità estetiche), quello di Abu Simbel. Oltre allo straordinario insieme dell’opera, sarà interessante osservare nel dettaglio anche i bassorilievi con oltre 10.000 raffigurazioni. Molte di queste rappresentano scene di vita del XII secolo.

Si dice che sia stata questa la prima struttura che lo “scopritore” di Angkor, (Henri Mouhot oggi sepolto lungo un fiume in Laos), abbia notato durante un suo girovagare nella foresta. Assai coinvolgente e di grande impatto emotivo.

Pranzo, non in un normale ristorante. Andremo in una “casa privata” che da qualche tempo prepara pasti a richiesta. A volte è possibile, e gradevole.

Pernottamento e cena al “Grand Soluxe Angkor Palace” 5*.

 

 

Abbiamo riservato per gli ultimi due giorni alcuni degli aspetti più noti di Angkor. Nella parte di oggi con visite di gruppo è difficile elaborare una graduatoria tra i monumenti che più possono suscitare l’interesse.

(L’ordine delle visite potrà invertirsi per questioni logistiche. Il giorno dopo e una parte del pomeriggio di oggi destinate al tempo libero, potranno essere dedicate ad approfondimenti individuali).

Ogni tappa odierna avrebbe diritto a un’ampia descrizione per sottolinearne le qualità, riconosciute nel 1992 Patrimonio UNESCO. Ci limitiamo a indicarne alcune delle caratteristiche principali, perché solo la loro visione diretta potrà farcene apprezzare pienamente la godibilità non solo artistica.

Lasciamo quasi alla fine del nostro percorso estetico-storico il Ta Phrom. Rappresenta la più originale sintesi estetica tra quanto la mano dell’artista e la megalomania del potente abbiano saputo produrre, e la natura abbia voluto preservare quasi incorporando ciò che riteneva degno di essere conservato e sottratto all’incuria e a volte al disprezzo degli uomini. L’esperienza di questa visita è particolare. Molto è stato lasciato così come deve essere apparso a chi per primo ha avuto la costanza, il coraggio, e la fortuna, di ritrovarlo nel folto della giungla.

In realtà i monumenti afferrati protetti e stritolati dalle radici e rami, il forte contrasto anche cromatico tra le chiare articolazioni arboree e gli scuri delle pietre antiche, non sono stati lasciati in balìa della natura. Periodicamente, l’opera di sorveglianza e manutenzione del sito evita che boscaglia arbusti siepi e piante varie, invadano troppo le aree con gli edifici distruggendoli completamente. Sono invece lasciati indisturbati gli alberi di più rilevante dimensione che ormai hanno trovato casa e coabitano, a volte sorreggendosi vicendevolmente, con le strutture create dall’uomo. Il tutto si presenta in uno stato d'affascinante contaminazione tra natura e cultura.

Se c’è un luogo al mondo che possa immediatamente rappresentare al livello estetico più apprezzabile tale salutare commistione, questo è il Ta Phrom.

(Purtroppo, recentemente, sono in corso lavori di “sistemazione” di alcuni edifici. Qualcosa ci sfugge sull’indispensabilità di tali massicci, eccessivi, interventi…).

Lasciare per ultimo Angkor Wat può essere una scelta dettata dall’opportunità di terminare le visite col più grande monumento religioso della terra. (Ma, forse, al mattino c’è meno folla).

Di questo manufatto eccezionale per dimensioni e raffinatezza che unisce senso religioso e architettonico a un livello raro in altre parti del pianeta, se ne noteranno il simbolismo, gli elementi imponenti e i particolari minuti e aggraziati, a partire dalle oltre 3.000 raffigurazioni delle deliziose “apsara”. (Alla nostra attenta visita non sfuggiranno neppure particolari curiosi, come le smagliature presenti sulle avvenenti “danzatrici”).

Saremmo però tentati di consigliarne la visita anche senza essere accompagnati dalle parole della guida né da alcuna nozione sul significato del monumento, perché la sua visione ispira una tale immediata sensazione di straordinarietà, che ogni parola e “preconcetto” potrebbero risultare se non eccessivi, superflui.

Comunque, ci pare inopportuna ogni pur sommaria descrizione.

Pranzo in ristorante locale “Alliance Cafè”. (www.allianceangkor.com)

Cena e pernottamento al “Grand Soluxe Angkor Palace” 5*.

 

 

Dopo colazione, tempo libero e pranzo non incluso per consentire il massimo di flessibilità nella gestione individuale dell’ultimo giorno di permanenza in Cambogia. Ovviamente, nel caso in cui non si siano terminate le visite il giorno precedente, una parte della giornata potrà essere dedicata a questo scopo.

Gli aspetti dell’immenso luogo genericamente indicato come Angkor, sono tanti e così diversificati che ognuno di noi avrà certamente il desiderio di ricavarsi uno spazio per approfondire ciò che avrà ritenuto più opportuno, tra oggi e il pomeriggio precedente, compatibilmente con lo svolgimento pratico delle attività di gruppo.

In ogni caso, tutte le stanze dell’hotel vanno lasciate alle ore 12.

Nel pomeriggio, trasferimento dall’hotel in aeroporto che dista pochi minuti, per il volo di linea SQ 5023 delle 18,25 per Singapore, dove giungiamo alle 21,40. Proseguimento per Milano con volo SQ 378 delle 23.45.

 

 

Arrivo a Milano Malpensa alle 05.55.


 

 

 

1.Angkor Ta Keo  2. Angkor Neak Pean  3. Sambor Preikuk

 

 

APPROFONDIMENTI DI VIAGGIO

 INFORMAZIONI UTILI Visti e passaporto. Il visto non si ottiene in Italia, ma all’arrivo nel Paese. Dal 24 giugno 2014 è abolita la tassa annuale sui passaporti. Questi, saranno validi fino alla scadenza per tutti i viaggi, anche extra UE, senza il pagamento della suddetta tassa.Controllare la data di scadenza del passaporto, la cui validità deve protrarsi minimo sei mesi dalla data del viaggio, e che il passaporto contenga per lo meno 2 pagine libere. Sono indispensabili 2 foto a - CONTINUA -